| Quello che non... (1990) 44'25" |
Tutte le canzoni sono di Francesco Guccini, con cui hanno collaborato Juan Carlos Biondini per "Ballando con una sconosciuta", "Le ragazze della notte" e "Cencio"; C. Lolli per "Ballando con una sconosciuta" e Lucio Dalla per "Æmilia".
Quello che non... [4'29"]
Canzone delle domande consuete [3'32"]
Canzone per Anna [7'16"]
Ballando con una sconosciuta [6'36"]
Le ragazze della notte [5'14"]
Tango per due [5'28"]
Cencio [7'20"]
Æmilia [4'30"]
Canzone delle domande consuete Canzone per Anna Ballando con una sconosciuta Le ragazze della notte Tango per due
Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente come se il tempo per noi non costasse l'uguale,
come se il tempo passato ed il tempo presente non avessero stessa amarezza di sale.
Tu non sai le domande, ma non risponderei per non strascinare parole in linguaggio d'azzardo;
eri bella, lo so, e che bella che sei; dicon tanto un silenzio e uno sguardo.
Se ci sono non so cosa sono e se vuoi, quel che sono o sarei, quel che sarò domani...
non parlare non dire più niente se puoi, lascia farlo ai tuoi occhi, alle mani.
Non andare... vai! Non restare... stai! Non parlare... parlami di te!
Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse, trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse come un prato coperto a bitume.
Rimanere così, annaspare nel niente, custodire i ricordi, carezzare le età;
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità?
Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché? Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te. Aver tutto, ma non il domani.
Non andare... vai! Non restare... stai! Non parlare... parlami di te!
E siamo qui, spogli, in questa stagione che unisce tutto ciò che sta fermo, tutto ciò che si muove;
non so dire se nasce un periodo o finisce, se dal cielo ora piove o non piove.
Pronto a dire: "Buongiorno", a rispondere: "Bene", a sorridere a "Salve!", dire anch'io: "Come va?"
Non c'è vento stasera. Siamo o non siamo assieme? Fuori c'è ancora una città?
Se c'è ancora balliamoci dentro stasera, con gli amici cantiamo una nuova canzone...
Tanti anni, e sono qui ad aspettar primavera, tanti anni, ed ancora in pallone.
Non andare... vai! Non restare... stai! Non parlare... parlami di te!
Non andare... vai! Non restare... stai! Non parlare... parlami di noi!
La luce incerta della sera getta fantasmi ed ombre sulla tua finestra:
non pensi, o non vorresti più pensare.
Bambina in fiore con sorrisi ambigui che lungo i colli si faranno cupi,
rincasano veloci per mangiare.
E tu hai già conosciuto questo gioco, non sai più com'era in quel passato,
non sai se sorridere od urlare.
Non sei più bella come un tempo quando cercò il tuo corpo quello di un compagno,
dimmi se fu paura o fu piacere.
Ma adesso senti il tempo che ti abbraccia come un qualcosa che ti segna in faccia,
che non si vede, ma che sai d'avere.
È come quel male a cui non si da il nome, un'ossessione circolare
fra la volontà ed il non potere.
Brandelli di canzoni, frasi e televisioni parlano dalle finestre aperte,
in un telegiornale qualcuno il bene o il male denuncia, auspica, avverte,
frasi del quotidiano ti sfiorano pian piano ed entrano senza toccarti,
si infilano negli angoli della tua casa: suoni che non sai.
Un uomo in cannotiera dietro ad una ringhiera innaffia i fiori cittadini;
un grido, un pianto acuto, già spento in un minuto, segnalano tragedie di bambini,
odori di frittate, minestre riscaldate combattono lo smog di un diesel,
un fuoristrada assurdo che romba per partire e non va mai.
E tu sei sola, sola, sola, sola, ti senti sola, sola, sola, sola,
e pensi a un figlio temuto, che ora non hai.
Ma dura un attimo quel tuo pensiero, atomo incerto in mezzo al falso e al vero,
per lasciar posto ai giorni che vivrai.
Niente "se" e "forse", fra le occasioni avute e perse, restano solo ore scomparse,
di certo hai solo quello che farai.
La luce incerta della sera fonde col buio ch'entra, presto si confonde
tutto come a chi guarda senza un fuoco.
La luce accende in viso, si disegna forse un sorriso che le labbra spiega
come se fosse stato tutto un gioco.
Fa niente. Danno in TV un programma intelligente,
ci vuole un te aromatico e bollente poiché il sonno arrivi a poco a poco.
Con gesti da gatto infilava sui tetti le antenne,
in alto d'estate sui grattacieli della periferia
come un angelo libero, in bilico sulla città.
"Non c'è solo il vento, - diceva - anche la luce può portarti via,
se hai tempo da perdere e dentro la giusta elettricità,
e se da sempre ti aspetti un miracolo."
Captare è un mestiere difficile in questa città,
nel cielo ricevere, trasmettere e poi immaginarsi qualunque cosa,
per ferire il silenzio che tutti hanno dentro di sé.
Ma lui credeva nelle ferite e si sfiorava,
si toccava nel cuore con la mano nervosa,
guardando le nuvole correre via impazienti da lì,
da quel tetto sospeso sugli uomini.
Finché un giorno un'antenna ribelle ai programmi di quiz
fece sparire le strisce e nel cielo trasmise l'immagine della madonna,
una donna normale, non male, che disse così:
"Io spengo la luce, se vuole io posso fare una musica più forte del vento,
posso anche uscire dal monitor, dalla gravità, potremmo ballare anche subito
se lei non ha fretta e non vuole tornare laggiù."
E noi siamo sempre veloci a cambiare canale,
ma coi piedi piantati per terra, guardando la vita con aria distratta,
senza entrare nel campo magnetico della felicità;
felicità che sappiamo soltanto guardare, aspettare, cercare già fatta,
quasi fosse anagramma perfetto di facilità, barando su un'unica lettera.
Conoscevo quell'uomo e per questo racconto di lui.
È sparito da allora e nessuno ha scoperto dov'è,
ma un dubbio, un sospetto od un sogno io almeno ce l'ho:
provate a passare in una sera d'estate vicino ai grattacieli di periferia,
provate a sentire, captare, trasmettere e poi raccontare qualcosa;
se allora sentite una musica son loro che ballano in bilico sulla città.
Che cosa cercano le ragazze della notte, trucco e toilettes che si spampànano piano
come il ghiaccio va in acqua dentro al tumbler squagliandosi col caldo della mano,
e frugano con gli occhi per vedere un viso o un'ombra nell'oscurità
o per trovare qualcuno a cui ripetere le frasi solite di quell'umanità.
Ma chi aspettano le ragazze della notte in quei bar zuppi di alcolici e fiati,
di uomini vocianti che strascinano pacchi di soldi forse male guadagnati,
le vedi appendersi adoranti e innaturali a quei califfi cui io non darei una lira;
chissà se sognano vite più normali mentre la notte gira, gira, gira.
E si mettono a cantare un po' stonate quando qualcuno va a picchiare un piano,
canzoni vecchie, storie disperate, gli amori in rima di un tempo già lontano
e si immedesimano in quelle parole scritte per altre tanto tempo fa,
"bella senz'anima", "quando tramonta il sole", "suona un'armonica", "ne me quitte pas".
Cosa dicono le ragazze della notte a quei baristi ruffiani e discreti
che si chinano preteschi sul bancone per confessare chissà quali segreti
e poi guardano in controluce un bicchiere e agili danzano versando un liquore;
quanto da dire, e quanto c'è da bere mentre la notte macina le ore.
Oh, come amo le ragazze della notte così simili a me, cosi diverse,
noi passeggeri di treni paralleli, piccoli eroi delle occasioni perse,
anche se so che non ci incontreremo ma solamente ci guardiamo passare,
anche se so che mai noi ci ameremo con il rimpianto di non poterci amare.
Finché anche dai vetri affumicati spinge la luce ed entra all'improvviso
e autobus gonfi di sonni arretrati passano ottusi nel mattino intriso
di edicole che espongono i giornali pieni di fatti che sappiamo già,
di cappucci e brioche e dei normali rumori che ha al mattino una città.
Ma dove vanno le ragazze della notte che all'alba fuggono, complice un tassì,
stanche di tanto, piene del rimorso d'avere forse detto troppi sì,
ma lo scacciano presto ed entra in loro solo un filo di spossatezza leggera,
che le accompagnerà lungo il lavoro, che condurrà diritto fino a sera.
Ma chi sono le ragazze della notte?
Coppia che sta silenziosa, un po' rigida e in posa, a ballare, una sera:
la vita è solo una cosa rimasta indietro: non c'è più ma c'era;
composta e indomenicata, eleganza sfuocata raggiunta a fatica;
l'oggi ha cambiato facciata, ma di quell'ieri passato io so
che tante ne potreste raccontare, e il ricordo stempera e non guasta,
quante cose e facce da narrare che come si dice un romanzo non basta,
nate con un rapido: "a domani", continuate in giorni di "sì" e "no",
lampi sotto cieli suburbani e raffica il tango che vi presentò.
Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole, lei...
lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole;
lui bar, alcool, nicotina, capelli indietro, cravatta, bici, lei...
lei ràion, lei signorina, la permanente coi ricci.
Coppia di fronte a bianchino, anonimo vino frizzante anidride:
la vita: che buffa cosa, ma se lo dici nessuno ride.
Coppia legata dai giorni, partenze e ritorni, fortezza e catena,
datemi i vostri ricordi, ditemi che ne valeva la pena.
Ora le luci son spente, sta uscendo la gente, saluti e rumore,
ditemi che avete in mente, come una volta, di fare l'amore,
quello che è stato un segreto di un prato o di un greto, del buio di un viale,
quel gioco ardente e discreto, d'allora sempre diverso ed uguale...
chi lo sa se ciò che è da cercare, ciò che non sai mai se vuoi o non vuoi,
sia così banale da trovare, sia lungo ogni strada, sia a fianco di noi,
perso in tante scatole di odori, angoli e tendine che non so,
impronte di paesaggi e di colori, manciata di un tango che vi accompagnò.
Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole, lei...
lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole;
lui bar, alcool, nicotina, capelli indietro, cravatta, bici, lei...
lei ràion, lei signorina, lei... lei...