| Guccini (1983) 30'40" |
I testi e le musiche sono di Francesco Guccini, con cui ha collaborato Giampiero Alloisio per "Gulliver". Hanno suonato Juan Carlos Biondini alle chitarre con Massimo Luca, Ares Tavolazzi e Francesco Guccini; Ares Tavolazzi al basso, Ellade Bandini alla batteria, Vince Tempera al piano e alla tastiera, Piero Cairo alle tastiere elettroniche, Maurizio Preti alle percussioni, Claudio Pascoli al sax, Giancarlo Porro ai clarini.
Autogrill [4'52"]
Argentina [5'18"]
Gulliver [4'50"]
Shomèr ma mi-llailah? [5'35"]
Inutile [5'22"]
Gli amici [4'43"]
Autogrill Argentina Gulliver Shomèr ma mi-llailah?
La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven-up,
e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità,
come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill,
mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR.
Bella, d'una sua bellezza acerba, bionda senza averne l'aria,
quasi triste, come i fiori e l'erba di scarpata ferroviaria;
il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere,
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere.
Basso il sole all'orizzonte colorava la vetrina
e stampava lampi e impronte sulla pompa da benzina;
lei specchiò alla soda-fountain quel suo viso da bambina
ed io sentivo un'infelicità vicina.
Vergognandomi, ma solo un poco appena, misi un disco nel juke-box
per sentirmi quasi in una scena di un film vecchio della Fox,
ma per non gettarle in faccia qualche inutile cliché
picchiettavo un indù in latta di una scatola di tè.
Ma nel gioco avrei dovuto dirle: "Senti, senti io ti vorrei parlare...",
poi prendendo la sua mano sopra al banco: "Non so come cominciare,
non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia,
non lascianmo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via."
Terminò in un cigoilo il mio disco d'atmosfera,
si sentì uno sgocciolio in quell'aria al neon e pesa,
sovrastò l'acciottolio quella mia frase sospesa,
ed io... ma poi arrivò una coppia di sorpresa.
E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d'ogni cosa,
cancellatrono di colpo ogni riflesso le tendine in nylon rosa,
mi chiamò la strada bianca, "Quant'è?" chiesi, e la pagai,
le lasciai un nickel di mancia, presi il resto e me ne andai.
Il treno, ah, un treno è sempre così banale se non è un treno della prateria
o non è un tuo "Orient Express" speciale, locomotiva di fantasia.
L'aereo, ah, l'aereo è invece alluminio lucente, l'aereo è davvero saltare il fosso,
l'aereo è sempre "The Spirit of Saint Louis", "Barone Rosso";
e allora ti prende quella voglia di volare che ti fa gridare in un giorno sfinito,
di quando vedi un jumbo decollare e sembra che s'innalzi all'infinito.
E allora, perché non andare in Argentina?
Mollare tutto e andare in Argentina,
per vedere com'è fatta l'Argentina.
Il tassista, ah, il tassista non perse un istante a dirci che era pure lui italiano,
gaucho di Sondrio o Varese, ghigna da emigrante, impantanato laggiù lontano.
Poi quelle strade di auto scarburate e quella gente anni '50 già veduta,
tuffato in una vita ritrovata, vera e vissuta,
come entrare a caso in un portone di fresco, scale e odori abituali,
posar la giacca, fare colazione e ritrovarsi in giorni e volti uguali,
perché io ci ho già vissuto in Argentina,
chissà come mi chiamavo in Argentina
e che vita facevo in Argentina?
Poi un giorno, disegnando un labirinto di passi tuoi per quei selciati alieni
ti accorgi con la forza dell'istinto che non son tuoi e tu non gli appartieni,
e tutto è invece la dimostrazione di quel poco che a vivere ci è dato
e l'Argentina è solo l'espressione di un'equazione senza risultato,
come i posti in cui non si vivrà, come la gente che non incontreremo,
tutta la gente che non ci amerà, quello che non facciamo e non faremo.
Anche se prendi sempre delle cose, anche se qualche cosa lasci in giro,
non sai se è come un seme che dà fiore o polvere che vola ad un respiro.
L'Argentina, l'Argentina, che tensione! Quella Croce del Sud nel cielo terso,
la capovolta ambiguità d'Orione e l'orizzonte sembra perverso.
Ma quando ti entra quella nostalgia che prende a volte per il non provato
c'è la notte, oh, la notte, e tutto è via, allontanato.
E quella che ti aspetta è un'alba uguale che ti si offre come una visione,
la stessa del tuo cielo boreale, l'alba dolce che dà consolazione.
E allora, com'è tutto uguale in Argentina!
Oppure, chissà com'è fatta l'Argentina,
e allora... "Don't cry for me, Argentina".
Nelle lunghe ore d'inattività e di ieri che solo certa età può regalare,
Lemuele Gulliver tornava coi pensieri ai tempi in cui correva per il mare,
e sorridendo come sa sorridere soltanto chi non ha più paura del domani,
parlava coi nipoti, che ascoltavano l'incanto di spiagge e odori, di giganti e nani,
scienziati ed equipaggi, e di cavalli saggi riempiendo il cielo inglese di miraggi.
Ma se i desideri sono solo nostalgia o malinconia d'innumeri altre vite,
nei vecchi amici che incontrava per la via, in quelle loro anime smarrite,
sentiva la balbuzie intellettuale e l'afasia di chi gli domandava per capire.
Ma confondendo i viaggi con la loro parodia, i sogni con l'azione del partire,
di tutte le sue vite vagabondate al sole restavan vuoti gusci di parole.
Poi dopo, ripensando a quell'incedere incalzante dei viaggi persi nella sua memoria
intuiva con la mente disattenta del gigante il senso grossolano della storia
e nelle precisioni antiche del progetto umano o nel mondo suo illusorio e limitato,
sentiva la crudele solitudine del nano nell'universo quasi esagerato;
due facce di medaglia che gli urlavano in mente: "Da tempo e mare non s'impara niente."
La notte è quieta senza rumore, c'è solo il suono che fa il silenzio
e l'aria calda porta il sapore di stelle e assenzio.
Le dita sfiorano le pietre calme, calde di un sole memoria o mito,
il buio ha preso con sé le palme, sembra che il giorno non sia esistito.
lo, la vedetta, l'illuminato, guardiano eterno di non so cosa,
cerco innocente o perché ho peccato la luna ombrosa.
E aspetto immobile che si spanda l'onda di tuono che seguirà
al lampo secco di una domanda, la voce d'uomo che chiederà:
"Shomèr ma mi-llailah?
Shomèr ma mi-lell?
Shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell?
Shomèr ma mi-llailah?
Shomèr ma mi-lell?
Shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell?
Shomèr ma mi-llailah?
Shomèr ma mi-lell?
Shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell?"
Sono da secoli, o da un momento fermo in un vuoto in cui tutto tace,
non so più dire da quanto sento angoscia o pace.
Coi sensi tesi fuori dal tempo, fuori dal mondo sto ad aspettare
che in un sussurro di voci o vento qualcuno venga per domandare.
E li avverto, radi come le dita, ma sento voci, sento un brusio
e sento d'essere l'infinita eco di Dio.
E dopo, innumeri come sabbia, ansiosa e anonima oscurità
ma voce sola di fede o rabbia, notturno grido che chiederà:
"Shomèr ma mi-llailah..."
"La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato,
sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato.
Ma io veglio sempre, perciò insistete, voi lo potete: ridomandate!
Tornate ancora se lo volete, non vi stancate!"
Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni
e resteranno di uomini e idee, polvere e segni.
Ma ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà,
che la risposta sull'avvenire è in una voce che chiederà:
"Shomèr ma mi-llailah..."