| Ermetix curiosità e spiegazioni |
Bertoncelli: chi era costui? [31 gennaio 2004]
Analisi grafologica della firma di Guccini [22 agosto 2002]
La storia della torcia umana che illuminò la libertà
La vera storia del macchinista ferroviere
Pontiak e Verona
Bertoncelli: chi era costui? Analisi grafologica della firma di Guccini La storia della torcia umana che illuminò la libertà La vera storia del macchinista ferroviere
dall'articolo "La vera storia dell'Avvelenata" di Riccardo Bertoncelli (1998)
Questa è la più bella, e giuro che è autentica. Sono più di vent'anni
fa, io devo partire militare e aspetto la cartolina da un giorno
all'altro. Sono curioso e anche vagamente terrorizzato di finire in
qualche buco sperduto d'Italia (ci finirò). Un mattino, finalmente, il
postino suona alla porta per la fatidica chiamata. Gli apro, capisco al
volo e allungo la mano rassegnato, come a dire «su, dai, qua la roba,
facciamola finita subito». Eh no, troppo facile. Lui mi squadra, si
rigira la cartolina fra le mani, mi squadra ancora e poi mi ficca
addosso lo sguardo più curioso che ha. «Scusi eh, scusi se mi
permetto... Ma lei è quel Bertoncelli che... quello della canzone, come
si chiama, quella canzone di Guccini che ho sentito anche ieri alla
radio». Io ho i nervi in fiamme e la salivazione azzerata e con un
soffio di voce, ma forse è un rantolo, gli rispondo «sì, sono io, sono
io», così la smette e molla 'sto czzz di avviso. Macché. Lui prende la
cartolina, la posa sul mucchio della posta e con le braccia conserte,
tutto cinguettante, mi fa: «Ma dai, ma veramente? Perché sa, io sono un
patito del Guccini, ci ho tutti i suoi dischi, tutti eh, anche quello
con La Genesi, come si chiama, che mi piace tanto, come si chiama quel
disco?» «Si chiama Opera buffa», sussurro io esanime, adesso me la da la
cartolina? «Ma allora lei conoscerà il Guccini, se l'ha citata nella
canzone lei lo conosce di certo... E com'è il Guccini dal vero, eh, com'è?»
Andò avanti così dieci minuti, io ero da unità coronarica mobile e lui
impassibile mi citava quelle canzoni «troppo forti, quella dell'isola
sconosciuta, là, no anzi, l'isola non trovata. Troppo forte»: e solo
alla fine di quel tormento, dopo dieci minuti da fachiro o giù di lì, mi
allungò quel czzz di cartolina staffilandomi un ultimo «ma guarda un
po', chi l'avrebbe mai detto. Mi saluti il Guccini se lo vede», e io
lessi Macomer, Sardegna, uauh, e poi non ricordo più molto, devo essere
svenuto. Nel mio deliquio mi parve di sentire la voce del Guccini: ma
non cantava, no, rideva solo, faceva «Ah ah ah». Vendetta, ma certo. Una
sua sottile, trasversale, paradossale vendetta.
Ma vendetta di che? Qui devo fare un altro passo indietro e tornare a
due anni prima di quella simpatica mattina e del mio esilio a Macomer,
anzi, a Fort Apache, come nella mitologia era conosciuta quella caserma
(Fabio Concato ne sa qualcosa, venne deportato lì anche lui in quel
periodo a scontare tutti in anticipo i suoi peccati musicali). Dunque,
1975. Io sono un giovane collaboratore di «Gong», la più tendenziosa
rivista di tendenza musicale dell'epoca, e un giorno mi affidano la
recensione del disco nuovo di Guccini, «Stanze di vita quotidiana». Io
di solito tratto altro, rock d'avanguardia o jazz improvvisato, e i
cantautori non son proprio nel mio cuore; ma per Guccini, su, dai,
faccio volentieri un'eccezione. Conosco le sue canzoni dall'epoca di
«Folk Beat», anzi, da prima ancora, da «Per quando noi non ci saremo»
dei Nomadi, colorata reliquia beat apribile che conservo ancora (pagata
un occhio della testa lire 3200 dell'aprile 1967). All'epoca mi
piacevano le sue visioni italico-beat, in tono con certe poesie scritte
per il cassetto dei miei quindici anni, ma più avanti apprezzerò anche
cose completamente diverse: Il compleanno per esempio, quella crudele
storia da film di Pupi Avati sul secondo album, o Asia, sull'«Isola non
trovata», oppure Incontro, il pezzo con cui apre «Radici».
Ecco, Radici è un disco che mi ha intrigato: e non tanto per La
locomotiva, inno troppo facile e simil-peronista, ma per il clima in
generale e per il linguaggio, aulico e controcorrente, che in quella mia
gassmaniana stagione me fa impazzì. Quelle «stoviglie color nostalgia»,
quei metri gozzanian-pascoliani per me sono una libidine. Io adoro il
Pascoli, quando sono in vena c'è chi ama farsi una pista di coca e io
invece apro i Poemi conviviali e declamo, mi piace declamare («Sòlon,
dicesti un giorno tu: beat o/ chi ama, chi cavalli ha solidunghi/ Cani
da preda, un ospite lontano»): e non immaginate il gusto, il piacere, la
complicità quando il Guccini incise Amerigo, quella bella canzone sul
suo avo emigrato, e il tempo di un verso («e dire 'bos' per capo, 'ton'
per tonnellata, 'raif' per fucile») mi si stagliò subito innanzi
l'originale pascoliano a cui s'era ispirato - «Italy», massì, quel
favoloso mosaico anglo-broccolino che dovrebbero far studiare a scuola,
anziché perder tempo con le cavalle storne e le querce cadute - «Poor
Molly! Qui non trovi il pai con fleva».
Ma, eccoci al punto, in Stanze di vita quotidiana quel clima e quel
dolce gas poetico erano svaniti. Forse ero io che avevo il naso chiuso
ma tirava un'altra aria che mi sembrava più triste, stanca, apatica.
Facevo fatica a trovare canzoni belle (in realtà solo una, e ancor oggi
la penso così: Canzone delle situazioni differenti) e soprattutto mi
dava fastidio la rassegnazione che aleggiava in molti testi e fin da
subito, nella Canzone delle osterie di fuori porta. Mi indignava in
particolare quel verso, «stare a letto il giorno dopo è forse l'unica
mia meta». Ma come, proprio in quegli anni, con tutto quello che fuori
accadeva! In realtà, a considerar le cose a mente fredda, quel brano e
un po' tutto il disco erano una specie di «Guccini contro Guccini»,
l'addio alle speranze e ai ricordi di un periodo che si chiudeva senza
che nulla di preciso si fosse ancora annunciato. Non per niente il tempo
avrebbe rimarcato questa vena di passaggio dell'album, che sta fra
Radici e Via Paolo Fabbri come un vaso di coccio tra due otri di ferro.
Certo con il senno di poi viene facile dirlo, ma anche senza avrei
dovuto meditare, distinguere, dar la tara, insomma, per usare una
parolaccia, sforzarmi di capire. Ma ero un piccolo ayatollah che amava
usare scudiscio e scimitarra e così scrissi la recensione che segue. La
rileggo oggi dopo tanti anni e, beh, insomma, me la ricordavo più soft.
«Non intendo discutere le scelte di vita del Francesco. Vino + intimismo
+ lezioni d'italiano + vita provinciale è una somma che non comprendo
nel momento stesso in cui non è la mia: e il raccontare che 'stare a
letto il giorno dopo è forse l'unica mia meta', come insegna Canzone
delle osterie di fuori porta, non mi fa nemmeno rabbia, tanto è
personale e piena di pudori l'occhiata all'esistenza che ognuno di noi
deve dare. Quello che intendo dire è che non capisco perché Guccini
continui a far canzoni: dato che i primi tre album erano il fischio
ingenuo a speranze e illusioni di un '67-'68 effimero come i propri
vent'anni e Radici era l'amarcord inevitabile che getta fuori ciò che è
rimasto e poi più niente, perché lasciarsi irretire da una ruota come
quella del bisogno discografico che rende impossibile l'abbandono del
Francesco Guccini-trentamila-copie-per-LP?
«Buona parte della tristezza sciorinata lungo queste Stanze (tristezza
feroce, impietosa, senza deroghe o pentimenti) credo vada a parare
all'angolo del ruolo che l'uomo sa di avere assunto oggi come oggi; la
poesia è un pezzo di carta da consegnare al pubblico e non mai un
esercizio di rabbia/purificazione intima, la musica è una vecchia stampa
con cui tappezzare il salotto dell'acquirente e meno che mai la
scintilla individuale del 'mi piace' o dell''io la penso così'.
Francesco Guccini non appartiene più a se stesso: e finisce col
ripetersi, regalando una 'pianta topografica' della propria anima tanto
diffusa quanto vana. I suoi testi sono senza magia, nudi, freddi, con
piccoli rami sfrondati dall'albero francese o dall'America anni
Trenta-Cinquanta, che già sappiamo sino all'ebbrezza: noiosi,
addirittura, e si perdoni la cattiveria di un uomo-ex ragazzo alle prese
con gli stessi problemi di crescita del Francesco e con i medesimi
sbalzi d'umore letterario che qui suggeriscono Canzone della vita
quotidiana o Canzone delle ragazze che se ne vanno - magniloquenza dal
cuore fragile, come già la Canzone dei dodici mesi su «Radici» insegnava
a sufficienza. Insomma, «vanità delle vanità», bombe non esplose, morti
nel cuore e morti nel fisico, impotenza e paura del domani, il «son
sempre qui a scrivermi addosso, ho dai miei giorni quanto basta» che
equivale all'«io son sempre lo stesso, sempre diverso» che compendiava
la tenera Piccola città un po' di tempo addietro. Per chi sgranare un
rosario assolutamente senza novità?
«Questo senza malizia, 'con amore', come dicevamo sulle rive dell'Amstel
1968 che Francesco, 'i blue jeans vecchi e le poche lire', certo
conosce, mentre un po' di malvagità la voglio sparare su Vince Tempera,
che distrugge la già traballante musica con un arrangiamento dai mille
strumenti, tanto ambizioso quanto stridente con i testi che scivolano sotto.
Meno male che era scritta con amore, sennò sai che botti. A rileggerla
sembra quasi che mi candidassi a essere assunto dal Guccini, viste le
idee nette e indiscutibili che avevo praticamente su tutto: direzione
artistica management arrangiamenti (ringrazio qui Vince Tempera per non
avere mai reagito, almeno lui: chessò, una pernacchia in diretta da San
Remo). Era un viziaccio dell'epoca insegnare agli artisti cosa dovevano
fare, anzi, chi dovevano essere, e io c'ero cascato con lo zelo
leninista di una Guardia Rossa. Senza volerlo, ero finito dalle parti di
A.J. Weberman, quel tale che aveva fondato un «Dylan Liberation Front»
per «liberare Dylan da se stesso» e passava le giornate a rovistare tra
i rifiuti di casa Zimmerman per scoprire le prove che Bob «si era
venduto». Posso giurare che non ho mai frugato tra le bottiglie vuote di
Via Paolo Fabbri ma carta canta: quel memorabile «Francesco Guccini non
appartiene più a se stesso» l'ho scritto proprio io.
Ad ogni buon conto, la recensione uscì e io me ne dimenticai. Passò
qualche mese, cominciai le registrazioni di Per voi giovani estate
(l'ultima Per voi giovani, l'ultima beata estate prima delle radio
libere). Lavoravo con Massimo Villa e fu proprio lui che un mattino
arrivò in studio con un sorriso malizioso e mi disse: «Ho visto ieri
sera un concerto del tuo amico Guccini». Io non capivo. «E allora? E poi
non sono amico di Guccini, neanche lo conosco». «Sarà, ma lui conosce
te. Ha scritto una canzone in cui ti cita.» Pensai a uno scherzo, che
strana storia era quella? Poi mi capitò tra le mani un numero di
«Muzak», l'altra tendenziosa rivista di tendenza di quegli anni, e anche
lì Guccini a sorpresa mi citava. «Bertoncelli è uno che non capisce
niente» ricordo a memoria, «uno di quelli che scrive ancora Amerika con
la kappa.» Non era un'offesa così grave, e in effetti scrivevo
volentieri Amerika con la kappa, ma insomma, si era accertato un caso
tra di noi; e come nei film dei cowboy che si rispettino, «tra la via
Emilia e il West», la questione andava risolta affrontandosi.
Presi il telefono e chiamai Francesco per fissare un incontro: una sfida
all'OK Corral, un duello dietro il convento delle carmelitane scalze,
una gara di versi in ottava rima, facesse lui. Fu sorpreso ma gentile.
Mi invitò a casa sua, in Via Paolo Fabbri, e io ci capitai qualche
giorno dopo un pomeriggio alle cinque, dopo un rocambolesco viaggio in
treno che ancora ricordo.
Fu una bella serata a cominciare da subito, da quando Francesco mi aprì
la porta e mi apostrofò stupito: «Ti credevo piccolo, brufoloso e con
gli occhiali». No, non ero quel tipo di frustrato con Olivetti lettera
22: mentre lui invece era proprio il tranquillo ciclone che mi ero
immaginato, diviso fra cento interessi anche e soprattutto non musicali.
Parlammo di Bob Dylan ma anche di Carl Barks e Paperino, di feuilleton
d'inizio secolo, dell'improbabile Trimurti Ginsberg-Kerouac-Giovanni
Pascoli. Fu un bel «riscaldamento» per arrivare al momento topico:
quella canzone, L'avvelenata, come diavolo ti è venuta in mente?
Mi raccontò che l'aveva scritta di getto, in treno, sull'onda di quella
recensione che io mi ero dimenticato e che per lui era stata la classica
goccia non più sopportabile. Tutti lo tiravano per la manica, in quel
periodo, tutti gli dicevano cosa fare e chi essere, trasformandolo da
«personaggio pubblico» in una sorta di «pubblico prigioniero», secondo
usi e modi che presto sarebbero degenerati (ero con Francesco, un anno
più tardi, quando lo informarono di De Gregori «sequestrato» su un palco
a Milano dagli autonomi: e ricordo la sua amarezza e il suo smarrimento
per quella brutta storia che purtroppo era nell'aria da tempo - il
«gioco» del fare musica stava diventando una dannazione). Quella
recensione su «Gong» aveva incendiato i suoi umori più cupi e la sua
voglia di polemica. «Guarda che non hai capito un cazzo» mi spiegò,
«l'idea che io possa far dischi per soddisfare la casa discografica è
pura fantascienza. Non ho mai avuto una carriera e non ce l'avrò mai.
Faccio i dischi quando voglio, tengo (pochi) concerti quando mi viene. E
il paragone con «Radici» è sbagliato: quello era un momento di
stanchezza, non viceversa.» Era lucido, tranquillo. Prese la chitarra,
si appoggiò indietro sulla sedia e in diretta, vivo live, mi cantò
L'Avvelenata tutta d'un fiato, senza errori e senza omissis. Fu
divertente, davvero, ero stupito dalla valanga che le mie parole avevano
provocato più che offeso dall'insulto che andava in onda: e respinsi con
sdegno la sincera offerta di levare il mio nome dalla canzone, «ora che
ci siamo conosciuti non ha più senso». «Guai a te» lo minacciai, «è la
volta che ti denuncio per 'omissione dolosa'. La canzone è nata così e
così deve rimanere». «Comunque è un pezzo che non inciderò mai» mi
rassicurò alla fine, «uno sfogo da concerto che non ha senso su un LP.»
La storia sarebbe andata un po' diversamente. Nel giro di pochi mesi,
quella «canzone con le parolacce» diventò un classico dei concerti e a
furor di popolo venne inclusa nel disco successivo, «Via Paolo Fabbri
43» 43, con una breve, affettuosa spiega per la citazione. A un certo
punto diventò addirittura un 45, se non ricordo male, di quelli per i
jukebox. Ancor oggi il brano è un must dei concerti e, se manca, il
popolo gucciniano fa bùu. Francesco ha provato a cambiare più volte i
versi e ora, per esempio, il mio spazio viene regolarmente usurpato da
Berlusconi, che al di là di tutto è anche lui quadrisillabo. «Il fatto è
che sei diventato obsoleto», mi sfotte lui. «Sono in molti a chiedermi:
ma chi era quel Bertoncelli della canzone?» Io, forte di sondaggi Abacus
che mi danno al massimo di popolarità, non cedo. Ribatto anzi: «Fossimo
stati in America ti avrei fatto una causa da un milione di dollari.
Avrei una villa come quella di Elvis Presley e la chiamerei
Gucciniland.» «Tu piuttosto» insiste lui, «ti ho fatto una pubblicità
gratis che neanche una campagna miliardaria con passaggi TV.»
Ma noto che la narrazione sta prendendo una piega buonista, e non va
mica bene. Perché è vero che quel pomeriggio in Via Paolo Fabbri fumammo
il calumet della pace, è vero che da allora ci siam visti molte volte e
con piacere, compreso un leggendario stage novarese fine '76 con tre
serate di fila (record) più jam notturna nella cantina di un amico
(immaginate un'Opera buffa per due, per tre, per cinque - avessi i
nastri, ci farei un bootleg); ma è anche vero che a un certo punto
tornammo in rotta di collisione e sfiorammo il disastro atomico. Non per
malevolenza ma come in certe storie da Dottor Stranamore: per un
equivoco, per un'interferenza, per un tasto schiacciato sbadatamente.
Questa non la sa nessuno. È l'ottobre 1989. Francesco ha appena scritto
Cronache epifaniche e io ne parlo su «Cuore» tra il serio e il faceto.
«Francesco Guccini ha scritto un libro che mi guarderò bene dal
recensire. se mai ne avessi avuto intenzione, un'intervista recente mi
ha fatto passare la voglia. 'Son proprio curioso di leggere cosa ne
scriverà la critica paludata', diceva l'Avvelenato, e dietro le compite
parole mi sembrava di vederlo, con la bava alla bocca e la penna pronta
(pardon, il mouse) a immortalare chi avesse osato. Va bene che non
appartengo alla critica paludata (né a quella paludosa, peraltro) ma non
si sa mai. No, grazie, abbiamo già dato.
«Preferisco stare al di qua della critica e chiedermi piuttosto perché.
Perché uno stimato Professionista, quindici LP all'attivo, buona
posizione in classifica, centomila copie per album mette in gioco la sua
immagine? Perché un agiato possidente con immobili a Bologna, via Paolo
Fabbri, a Pavana (mappa catastale 4N) perché perde il suo tempo per un
pugno di royalties? Mi sono lambiccato il cervello ma non sono giunto a
risultati soddisfacenti. Poi mi sono ricordato di una sera, una sera di
tanti anni fa passata con il Guccini (dove, se non in osteria?) a
convincerlo a pubblicare certi scritti che aveva nel cassetto. Anziché
snobbarmi dall'alto della sua fama o trattarmi come un seccatore,
l'ancor giovine F.G. mi aveva dato retta e alla fine aveva sentenziato,
meditabondo: «Potrebbe essere un'idea per quando sarò vecchio. Devo pur
badare alla pensione; mica posso continuare a fare il cantautore fino a
sessant'anni.»
Diavolo d'un Guccini! Due parole e mi aveva spalancato un orizzonte
sconosciuto, un mondo da brividi. Eh già, anche i cantautori sono
fiorellini che vanno ad appassire, futuri nonnetti destinati alle rughe,
alle crepe, agli stenti: come non averci pensato prima? E mi immaginavo
con raccapriccio Lucio Dalla suonare il clarino per le vie di Bologna,
un cupo Natale del 2000; e il Guccini medesimo ridotto a cibarsi di
bacche e gramigne dell'Appennino dopo aver dato fondo a tutti i
risparmi, alle bottiglie più remote della cantina, perfino alla
collezione integrale di Paperino in americano.
Ecco, forse questo ricordo spiega tutto. Da buon latinista montanaro,
Guccini sa che disca volant, scripta manent e per garantirsi appunto
qualcosa che manet si è assicurato con la Feltrinelli, usandola come un
Fondo Pensioni. Brillante idea che peraltro, dal mio punto di vista,
capovolgerei volentieri. Io ci provo: cedesi avviata attività
giornalistica in cambio di contatto con multinazionale discografica,
ingaggio pronta cassa, primo LP pronto per Sanremo.
(«Cuore», 2 ottobre 1989)
Ora, mi sembra chiaro che era tutto uno scherzo. Mi era piaciuta
quest'idea dei «signori della canzone» ridotti a stracci e caldarroste e
ci avevo ricamato un po' su, partendo da un aneddoto vero: perché, il
Francesco se l'è dimenticato ma io no, quella cena in trattoria c'era
stata davvero, alla fine dei '70, combinata dall'allora direttore
editoriale della Mazzotta, Andrea Rivas, che aveva intuito in anticipo
la strada dei «cantautori scrittori» e voleva saggiare un po' il
terreno. Parlando della cosa, era venuta fuori per davvero quella frase
(«mica farò il cantautore fino a sessant'anni») che a tradimento avevo
rispolverato dieci anni dopo, usandola come grimaldello per i miei
scassi. Ueh, niente di cui vergognarsi: credo che nessuno fra i
cantautori-leader di quegli anni pensasse di durare nel tempo, e mica
solo i cantautori. Pete Townshend lo sfottono ancora adesso per aver
scritto in gioventù «spero di morire prima di diventare vecchio»: hai
cinquant'anni, fottuto bugiardo, cosa aspetti a crepare?
Guccini però se la prese. E la situazione peggiorò all'annuale raduno
del «Club Tenco», di lì a poco, quando Roberto Vecchioni lo prese
perfidamente in giro interpretando in scena una sua canzone «molto
attuale, visto un recente articolo»: Il pensionato. Da San Remo mi
giunsero notizie bellicose e per un attimo temetti un «Ritorno del
figlio dell'Avvelenata part 2 - La vendetta», che sinceramente anche le
mie spalle Miketysoniane non so se avrebbero sopportato. Cercai
disperatamente Guccini prima che accadesse l'irreparabile e per fortuna
lo trovai un po' sulle sue ma non così incazzato. Argomentai, spiegai,
ricordai - e, porco Giuda, possibile che tu sia così allergico alla mia
penna e che ti vengan fuori i puntini rossi al secondo aggettivo?
Qualche mese dopo il Francesco compì cinquant'anni e io gli regalai,
anziché un rasoio elettrico o una torta di ribes, un articolo ancora su
«Cuore» tutto garrulo e affettuoso, a chiudere la disfida e a fumare
un'altra volta il calumet della pace. «Francesco Guccini ha compiuto
cinquant'anni e a Vignola gli hanno consegnato la Ciliegia d'oro»
scrivevo. «Non so giudicare il premio ma per non sbagliare dico di sì,
che va benissimo. Il Francesco la Ciliegia se la merita, anzi, stiamo
larghi come Totò con Peppino ('Punto. Macché: due punti!'); si merita
anche il Culatello d'argento, il Tartufo di platino, la Castagna di
peltro e tutte quelle targhe, coppe, medaglioni che l'Italia delle Pro
Loco e degli assessori elargisce volentieri». E chiudevo: «Auguri,
Francesco. Sei durato più del muro di Berlino e questo, Diobono, deve
pur significare qualcosa.»
Un po' lo facevo per medicare lo sgarbo ma molto, lo dico with the coeur
in man, mi veniva spontaneo. Perchè, lo so che adesso non ci crederete,
lo so che siete maliziosi e pensate sempre male, ma a me Guccini piace e
sta simpatico. Giuro, parola di lupo. L'ho anche scritto di recente, e
motivato, in un articolo per «Linus» ("Canzone dei veleni e dei fiori", gennaio 1997) che mi ha consentito di
spiegare una volta per tutte cosa penso di lui e delle sue canzoni,
premesso e sottolineato (due volte) che la sua musica e i dintorni dei
cantautori non sono proprio la mia passion. Proprio perchè ho scritto
quelle righe «una volta per tutte», mi perdonerete qui se le riprendo
praticamente pari pari, senza peraltro la noia della citazione diretta.
Servono a completare il quadro e a rispondere agli impazienti (agli
spazientiti), che immagino con la carta in bocca e la domanda in aria:
«Sì, va bene tutte queste chiacchiere e intrichi, ma, al dunque, stringi
stringi, cosa pensi di Guccini?»
Dunque la prima cosa che mi viene in mente, per connotare il personaggio
e spiegarne il successo e l'affetto che lo avvolge, è l'assoluta
trasparenza, il fatto cioé che il Guccini vero è esattamente
sovrapponibile al Guccini che si ascolta nei dischi, senza reticenze o
finzioni. D'altro canto, uno che intitola un suo disco «Via Paolo Fabbri
43» 43 e poi abita veramente a quell'indirizzo, be', è uno che la
sincerità la pratica fino al masochismo. E mica è solo questione di
residenza: di Guccini conosciamo l'albero genealogico, la casa delle
vacanze, gli amori di ieri e di oggi, la figlia, i vicini, il bar sotto
casa, grazie a canzoniche volano sì nei cieli della fantasia ma non così
in alto da perdere il contorno della realtà e della vita vera. E'
proprio questa sincerità, credo, una sincerità mai spataccosa e
ostentata ma molto pudica, difficile, da vero montanaro, a rendere
Guccini vicino a chi ascolta e a far quindi scattare in chi ascolta un
sentimento di complicità e trasporto. E questo non solo nei confronti
dei suoi/miei coetanei, della ingombrante obsoleta generazione
1940-1955, ma anche nei confronti dei più giovani e perfino dei
teenager. E se è logico che fra quaranta/cinquantenni venga facile il
dialogo per affinità di temi e ricordi (Auschwitz piuttosto che
l'atomica cinese, «un Dio che è morto» o «la giustizia proletaria»)
credo che a un ventenne l'avvicinamento a Guccini riesca solo in virtù
di un acrobatico salto con l'asta della fiducia e della curisoità, ma
roba davvero da finale olimpica.
Questo è un mio vecchio pallino, che torna in ballo tutte le volte che
penso a Guccini. Faccio fatica a trovare un artista meno moderno e «alla
moda» di lui, e meno interessato a esserlo. Musicalmente Francesco viene
da prima del rock, cioé dal pleistocene inferiore, e i suoi grandi amori
di gioventù, è lui a dirlo, non furono Elvis e i maestri neri ma una
dimenticata banda di pop jazz, i Firehouse 4+2; e poi sì, arrivò Dylan
con il suo nuovo folk ma prima c'era stato l'innamoramento ben più
intenso e profondo con Brel, con Brassens, con gli chansonnier francesi
- insomma, monete musicali più difficili da cambiare del renminbi cinese
e che anche dal numismatico guardano storto. Lo stesso con i versi, con
quel che è giusto chiamare «le liriche», che han forma e sonanze
auliche, eleganza ricercata, come da ore di seria letteratura italiana
in un Liceo Classico di una volta. La generazione di Internet non parla
in quel modo, fra un po' nemmeno leggerà più così, neanche nelle aule di
contenzione delle superiori l'anno della maturità. Eppure la stessa
generazione trainspotting e cyber-pulp è disposta ad ascoltare, sono i
materiali della tournèe di questi mesi, variazioni sul Cirano di Edmond
de Rostand (che, sia chiaro, non ha mai giocato nel Paris St. Germain),
citazioni dal Libro di Isaia e dal Cantico dei Cantici, testi che
parlano di «chiasmi filosofanti» e in cui «paese» fa rima con «maggese»,
per tacere degli omaggi al babbino putativo, il già citato Pascoli, o a
Guido Gozzano, quel dark torinese che scrisse L'isola non trovata quando
il signor Edison non aveva ancora inventato il fonografo, altro che il
cd. Chi sia Guccini per quelle verdi orecchie, uno stravagante istrione
un melodioso fossile un punto interrogativo, io non so dire. Mi viene
però da pensare che lo considerino uno vero, e qui torniamo al punto; le
sue canzoni possono essere anche distanti come i frammenti di Eraclito
ma vengono percepite come opere originali e coerenti, pezzi di vita e
non «prodotti», e quindi degne di interesse. Credo che risultato
migliore Guccini non potesse augurarsi: lui che ha sempre amato cantare
la terra e le vere cose di sempre, lui che inizia il suo ultimo disco
celebrando ciliegi fioriti e grida di rondini, ora con orgoglio può
constatare che le sue canzoni son diventate di quella stessa fatta e chi
le assaggia sa di non gustare polvere di Pvc ma, chissà, «il sapore
dell'uva rubata a un filare».
Di un tal metaforico grappolo io sono onorato di essere un acino, per
quanto piccolo, stortignaccolo e brusco, di quelli che è facile che
vadano di traverso. Diogene Laerzio racconta che Aristotile morì di un
cosino del genere, nel 322 a.C., il che a ben pensarci potrebbe servirmi
per un audace paragone fra filosofi greci e cantautori italiani. Ma
forse è meglio di no, forse è meglio che mi fermi qui sennò una
Avvelenata part 2 (1998 Veltroni Remix) non me la leva nessuno.
Nel suo ultimo libro Carlo Chinaglia riserva una pagina all'interpretazione psicologica della firma di Guccini (a destra): con l'autorizzazione dell'Autore e dell'editore la pubblichiamo su RedGolpe.com.
Tratto da "Manuale di Grafologia" (Gremese editore, Roma, 2001).
Considerazioni letterali, grafiche e grafologiche:
Comparazione firma/soggetto:
Come molti sanno, la Primavera di Praga ebbe inizio il 20 agosto 1968 quando i carri armati sovietici entrarono nell'allora capitale cecoslovacca. Cinque mesi dopo, come estremo gesto di protesta, il giovane studente Jàn Pàlach si diede fuoco in Piazza San Venceslao, la piazza centrale di Praga. A lui Guccini paragona Jan Hus, la cui storia, meno nota, è qui riassunta.
Tratto dall'Enciclopedia Microsoft® Encarta® 99
Jan Hus (Husineç, Boemia meridionale 1372 ca. - Costanza 1415),
riformatore religioso boemo. Compiuti gli studi presso l’università di
Praga, nel 1400 fu ordinato sacerdote e divenne lettore di teologia.
L’anno seguente fu nominato decano della facoltà delle arti e assunse
l’incarico di predicatore della chiesa di San Michele, detta "di
Betlemme", dove tenne sermoni in lingua ceca, anziché in latino, e
venne coinvolto nel movimento nazionalista e riformista ceco;
influenzato dalle dottrine di John Wycliffe, Hus maturò una crescente
intransigenza verso i vizi del clero, affermando il diritto
dell’imperatore di incamerare i beni degli ecclesiastici corrotti.
Nel 1408 l’arcivescovo di Praga proibì a Hus l’esercizio delle funzioni
sacerdotali nella diocesi. L’anno seguente papa Alessandro V (1340-1410)
pubblicò una bolla che condannava gli insegnamenti di Wycliffe e
ordinava di bruciarne i libri; Hus, per le sue posizioni favorevoli a
Wycliffe, fu scomunicato nel 1410 e a Praga scoppiarono sommosse. Forte
del sostegno popolare, Hus continuò a predicare anche dopo che la città
fu posta sotto interdizione nel 1412. L’anno seguente, tuttavia, molti
dei suoi influenti sostenitori persero potere, e Hus fuggì da Praga
trovando rifugio a Husineç, sotto la protezione della nobiltà locale. In
questo periodo scrisse la sua principale opera teologica, De ecclesia
(1413), ed elaborò un programma di riforma dell’ortografia ceca mediante
i segni diacritici (De orthographia bohemica, 1414).
Nel 1414 venne convocato al concilio di Costanza, riunitosi per
risolvere lo scisma d’Occidente. Avendo ricevuto un salvacondotto
imperiale, egli pensava di poter difendere con successo il suo credo,
ma all’arrivo venne imprigionato e processato per eresia. Invitato a
ritrattare e a promettere di non diffondere le sue dottrine, oppose un
rifiuto categorico; il concilio allora lo condannò al rogo. In Boemia
l’esecuzione scatenò le guerre hussite.
Tratto da "L'amico treno" dell'aprile 1993
Quando i concerti si avviano alla fine, e le richieste si fanno più
insistenti, dopo i successi di tante stagioni, è ormai rituale per Francesco
Guccini chiudere con la sua ballata più popolare: la locomotiva.
Dopo oltre vent'anni, con tutto quello che è avvenuto nel frattempo, questa
canzone dal sapore libertario, continua a smuovere qualcosa negli animi di
giovani e meno giovani, in quella parte che vuole, malgrado tutto,
continuare a credere. E quell'immagine, sia pure un po' sinistra, della
locomotiva "come una cosa viva lanciata a bomba contro l'ingiustizia"
mantiene il suo fascino col passare delle generazioni.
E questa una ballata che si richiama a un fatto realmente accaduto il secolo
scorso (anzi esattamente 100 anni fa) e, per quanto riguarda i fatti, vi si
attiene fedelmente. Si tratta di un episodio singolare, fortunatamente
rimasto, se non unico, abbastanza raro negli annali ferroviari. La curiosità
di saperne di più ci ha spinto a qualche ricerca, sulla stampa dell'epoca e
negli archivi delle Ferrovie.
"Il disastro di ieri alla ferrovia" - l'aberrazione di un macchinista",
titola il bolognese Resto del Carlino del 21luglio 1893.
Poco prima delle 5 pomeridiane di ieri, l'Ufficio Telegrafico della
stazione (di Bologna, ndr) riceveva dalla stazione di Poggio Renatico un
dispaccio urgentissimo (ore 4,45) annunziante che la locomotiva del treno
merci 1343 era in fuga da Poggio verso Bologna.
Lo stesso dispaccio era stato comunicato a tutte le stazioni della linea,
perché venissero prese le disposizioni opportune per mettere la locomotiva
fuggente in binari sgombri dandole libero il passo in modo da evitare urti,
scontri o disgrazie. [...] Capo stazione, ingegneri e personale del movimento furono sossopra e chi
diede ordini, chi si lanciò lungo la linea verso il bivio incontro alla
locomotiva che stava per giungere. Non si sapeva ancora se la macchina in
fuga era scortata da qualcuno del personale; e solo i telegrammi successivi
delle stazioni di San Pietro in Casale e Castelmaggiore, che annunziavano il
fulmineo passaggio della locomotiva, potevano constatare che su di essi
stava un macchinista e un fuochista.
Ma la corsa continuava e la preoccupazione alla ferrovia cresceva... [...]
All'epoca già confluivano alla stazione di Bologna quattro importanti linee
ferroviarie e i binari di stazione erano soltanto cinque. In quell'ora i
binari erano ingombri per treni in arrivo e in partenza Non c'erano
sottopassaggi. La inevitabile concisione dei dispacci telegrafici impedì di
comprendere chiaramente la situazione.
Per evitare guai maggiori la locomotiva venne instradata sul binario
cosiddetto "2 numeri", un binario tronco sulla destra, più o meno dove oggi
c'è il fabbricato delle Poste. Allora c'erano le tettoie della gestione
merci.
Alle 5,10 [la locomotiva] entrava dal bivio e passava davanti allo scalo,
fischiando disperatamente, con una velocità superiore ai 50 km. Sulla
macchina c'era un uomo che, invece di dare il freno, cercare di fermare,
metteva carbone.... Era un uomo che correva, che voleva correre alla morte!
Il personale lungo la linea agitando le braccia, gridando, gli faceva cenno
di fermare, di dare il freno; taluno gli urlò di gettarsi a terra, ma egli
rimaneva imperterrito nella locomotiva.
Un esperto macchinista, il Mazzoni, che era lungo la linea e lo vedeva
correre incontro a morte sicura, gli gridò: "buttati a terra!"; ma il
giovanotto - che giovane era lo sciagurato - dalla banchina a lato della
piazza tubolare della caldaia tenendosi alla maniglia di ottone, si portò
sul davanti della locomotiva sotto il fanale di fronte, attaccato sempre
alla maniglia e colla schiena verso la stazione dov'era il pericolo.
La locomotiva (della quale il giornale ci dà anche il numero di matricola:
era la 3541) andò quindi a sbattere contro la vettura di prima classe ed i
sei carri merci che si trovavano in sosta sul binario tronco alla velocità
di 50 chilometri orari.
Al momento dell'urto egli era sulla fronte della
macchina e i presenti che lo videro esterrefatti passare dinanzi a loro
affermano che proprio al momento dell'urto egli si sporse in fuori, volgendo
la testa verso la vettura, contro alla quale andava a dar di cozzo.
L'urto, disastroso per la macchina e i carri, fu tremendo per l'uomo. Egli
rimase preso fra la macchina e il vagone di la classe schiacciato
orribilmente. Accorsero funzionari delle ferrovie, di P.S., guardie,
personale viaggiante e manovali e il disgraziato fu tosto riconosciuto.
È certo Pietro Rigosi di Bologna, di anni 28, fuochista da parecchi anni e
buon impiegato... a Poggio Renatico, mentre il macchinista Rimondini Carlo
era sceso un momento, il Rigosi aveva sganciato la locomotiva del treno
merci e poi l'aveva lanciata a tutta velocità legando la valvola del
fischio, per modo che destò l'allarme per tutta la corsa.
Avrebbe potuto pentirsi durante il tragitto e dare il freno (che funzionava
bene anche dopo la catastrofe) ma egli non volle.
Probabilmente un'improvvisa alterazione di cervello che lo rese crudele
contro se stesso, perché, per quanti pensieri di famiglia egli avesse, non
giustificavano certo un tentativo di suicidio che poteva costare la vita a
molte altre persone.
Il fatto ebbe una grande risonanza su tutta la stampa
nazionale. Vi fu chi immaginò che il macchinista avesse letto La bête
humaine di Emile Zola, restandone suggestionato al punto da imitarne le
vicende.
Altri mossero critiche alle ferrovie per non aver provveduto ad insabbiare
un binario allo scopo di far fermare la locomotiva senza danni. Un lettore
del Resto del Carlino mandò un telegramma al giornale sostenendo che, inviando
incontro alla locomotiva in fuga, una macchina di maggiore potenza, questa
avrebbe potuto, una volta avvistatala, invertire la marcia e frenarne la
corsa gradualmente.
Tutti i commenti concordavano sulla imprevedibilità del gesto. Pietro Rigosi
veniva indicato dal giornale come "fuochista da parecchi anni e buon
impiegato". Sposato, padre di due bambine, di tre anni e di dieci mesi.
Nessuna indagine sulle sue condizioni economiche e familiari consentì di
capire quali motivi lo avessero spinto. Qualche debito di importo non
rilevante, ma al tempo era abbastanza frequente, nessuna oscura vicenda
personale, nessun dissapore familiare. Sorprendentemente il nostro uomo non
rimase ucciso in quello scontro terribile nel quale aveva cercato
deliberatamente la morte mettendosi fra la locomotiva e la vettura ferma.
Evidentemente l'urto fortissimo lo fece schizzare via prima che i due
veicoli si incastrassero l'uno nell'altro. Gli venne amputata una gamba, il
viso rimase deformato dalle cicatrici, dovette sopportare una lunga degenza
all'ospedale, ma dopo circa due mesi fece ritorno a casa. Inutilmente i
giornalisti e i curiosi che gli facevano visita tentarono di chiedergli i
motivi che lo avevano spinto ad un gesto tanto clamoroso. A nessuno venne
risposto. Il Rigosi si mantiene abbastanza tranquillo, parla con chi va a
fargli visita, ma si astiene sempre ad accennare alle cause e al movente del
suo atto, cambiando discorso o non rispondendo ogni volta che gli si
richiede per quale ragione lanciò la sua macchina a tutto vapore da Poggio a
Bologna e perché cercasse di morire. Un'unica frase, che il cronista del
Carlino riprende da un articolo della Gazzetta Piemontese, sembra gli sia
sfuggita subito dopo il ricovero: "Che importa morire? Meglio morire che essere legato!" Un vero personaggio, Pietro Rigosi, fuochista delle Strade Ferrate
Meridionali - Rete Adriatica, matricola 42918. E comprensibile che questo
suo atteggiamento, dignitoso e ribelle insieme, abbia ispirato Francesco
Guccini. Abbiamo perciò fatto qualche ricerca d'archivio per saperne di più.
Non era un ferroviere modello. Non tanto perché veniva spesso punito. Per i
ferrovieri dell'esercizio allora ad ogni minimo errore corrispondeva una
sanzione economica. Nel caso di Rigosi Pietro si tratta però di mancanze di
omissione, negligenza, o diverbi con colleghi e superiori. Tutti chiari
segni di affaticamento e insofferenza all'ambiente.
Multa di £ 5 per aver risposto "con modo sconveniente al Capo Deposito di
Piacenza mentre questi taceva delle giuste osservazioni al suo Macchinista".
Sospensione per tre giorni dal soldo e dal servizio per essere "venuto a
diverbio col Macch. Baroncini Federico per futili motivi tra Mestre e
Marano. Diede poi luogo ad un deplorevole alterco sotto la tettoia della
stazione di Padova".
Tre mesi prima del fatto era stato punito con "sospensione dal soldo e dal
servizio per giorni tre per aver preso in mala parte una frase detta per
ischerzo da un macchinista del Deposito di Milano e non a lui rivolta,
provocando così un diverbio, seguito da vie di fatto in stazione di
Piacenza".
Ma numerose sono le multe per mancata presentazione al treno. "Mancò alla
partenza dal treno 1008 del 7 agosto sebbene avvisato il giorno prima e avanti
alla partenza dallo svegliatore". Erano mancanze che costavano care: dalle 3
alle 5 lire quando la paga giornaliera era di 2 lire e 50. Alcune multe
riguardavano mancanze oggi incomprensibili: venne trovato coricato nelle
brande del dormitorio senza le prescritte lenzuola. I dormitori dotati di
docce erano rarissimi e i macchinisti erano costretti a ripulirsi molto
sommariamente prima di coricarsi. L'uso delle lenzuola da parte dei
ferrovieri si rendeva quindi obbligatorio per evitare che venissero
insudiciate le brande.
C'è una vasta letteratura sulle pesanti condizioni di lavoro dei ferrovieri,
in particolare dei macchinisti, alla fine del secolo scorso.
Turni ininterrotti fino a trenta e anche quaranta ore consecutive,
esposizione alle intemperie su macchine non di rado senza alcun riparo o con
ripari che risultavano del tutto insufficienti, disciplina di tipo
prussiano, tutto questo aggiunto ad un mestiere già duro: ricordiamo che una
corsa da Venezia a Bologna significava per il fuochista spalare quaranta
quintali di carbone. Non stupisce quindi che la mortalità nella categoria
fosse tanto alta che non più del 10% dei macchinisti arrivava alla pensione.
Forse fu tutto questo a spingere il nostro alla corsa forsennata verso
Bologna.
Anche se non volle mai dirlo pubblicamente ci doveva essere un rancore
profondo in Pietro Rigosi verso la Società delle Strade Ferrate. Qualche
tempo dopo essere stato dimesso dall'ospedale, venne "esonerato dal servizio
per motivi di salute".
Il Consorzio di Mutuo Soccorso gli liquidò un sussidio di lire 308,13 e la
Direzione delle Ferrovie ne dispose un secondo "a solo titolo di
commiserazione, di £ 150, pari a due mesi della paga che percepiva". Al
momento di ritirare il sussidio Pietro Rigosi si avvide che sul ruolo di
pagamento, che avrebbe dovuto firmare per ricevuta, stava la scritta come
motivazione "buona uscita".
Tanto bastò per fargli rifiutare quella cifra di cui doveva avere certamente
un gran bisogno. Evidentemente nessuno doveva pensare che la sua uscita
dalle ferrovie fosse avvenuta in bontà di rapporti. Accettò la somma
solamente dopo che la motivazione di buona uscita venne sostituita con 'per
elargizione'.
Anche l'atteggiamento della severissima Società delle Strade Ferrate
Meridionali fu, nell'occasione, stranamente indulgente. Il fatto aveva
provocato danni notevoli, tanto da venire citato nella relazione annuale
agli azionisti fra le cause che avevano limitato l'ammontare degli utili
corrisposti. Nessuna punizione per il ferroviere responsabile. Esonero per
motivi di salute, invece del licenziamento, e corresponsione di un sussidio
non certo elevato, ma certamente non dovuto.
L'ipotesi della follia esonerava dalla necessità di approfondire le cause e,
con i pazzi e i fanciulli, è sempre opportuna la clemenza.
Per gli appassionati di cose ferroviarie, due parole sulla locomotiva
protagonista della vicenda. La 3541 faceva parte di una serie di 130 unità
comprese nel gruppo 350 RA, che dal 1905 divenne Gr 270 PS. Poiché tutte le
macchine, dapprima numerate 3501-3630 RA, divennero poi 2701-2830 FS ed
infine 270.001-270.130 (sempre FS ma numerazione definitiva), si può dedurre
che la nostra 3541 RA sia stata riparata e poi messa in servizio e, dopo il
1905 è probabile che abbia assunto la numerazione provvisoria di 2741, e
definitiva 270.041 FS. Tre assi accoppiati, lunghezza di 15 metri per 43
tonnellate di peso, potenza 440 CV, velocità massima 60 km/ora, del tipo
cosiddetto bourbonnais, un modello che trovò in Italia grande impiego per le
sue doti di adattabilità ai percorsi tortuosi e con modesti carichi assiali.
Si trattava di una modesta macchina, destinata prevalentemente al traino dei
treni merci e omnibus nelle linee pianeggianti, che conobbe il suo momento
di gloria durante la Prima Guerra Mondiale e fu mantenuta in attività fino
alla seconda metà degli anni '20.
Pontiak e Verona
Il primo gruppo vero e proprio in cui FG iniziò a suonare con
continuità era costituito, oltre a lui stesso, da Pier Farri (batteria), Victor Sogliani
(sassofono) e altri due chitarristi. Il primo
nome del gruppo era "Hurricanes", poi mutato in "Snakers".
Il repertorio era costituito dai classici del rock, suonavano nei
teatrini parrocchiali. L'unione con un altro gruppo modenese, i
Marinos, dette origine al gruppo dei "Gatti", con un repertorio
già più vasto e qualche prima canzone di "produzione propria".
Si parla degli anni 1958-61. Dall'unione di questo gruppo con
il gruppo dei "Giovani Leoni" nacquero gli "Equipe 84", uno dei
gruppi beat più popolari in Italia nella seconda metà degli anni
'60 (con Pier Farri passato dalla batteria alla veste di produttore).
Guccini rimase fuori dalla prima stagione musicale di
tale gruppo in quanto era sotto militare. Finita la leva, decise
però di non unirsi al gruppo per puntare seriamente sugli
studi universitari. Nel frattempo però aveva iniziato per diletto
a scrivere alcune canzoni che gli Equipe 84 vollero suonare.
Tra le altre, Auschwitz, L'Antisociale, Il compleanno, La ballata
degli annegati, Venerdì Santo (alcune uscite nei suoi dischi solo
alcuni anni dopo). A seguire, Noi non ci saremo, Dio è morto,
Noi, L'Atomica cinese, Per fare un uomo, Canzone per un'amica.
E qui tra i suoi committenti si inserisce un altro gruppo appena nato
che negli anni a seguire farà la storia della musica italiana: i
Nomadi, tra i quali un amico di Francesco (Dodo Veroli) che gli chiese
alcune canzoni per questo gruppo nascente.
A quei tempi si faceva poco caso al nome dell'autore di una
canzone, se a suonarla era poi un complesso, e al Guccio
interessava solo avere qualche lira per sostenere i propri studi.
Anche il primo accordo editoriale vero e
proprio (con le edizioni musicali "La voce del padrone")
prevedeva che tutto quello che FG produceva era di loro esclusiva
proprietà, e in cambio a lui andava un compenso mensile
(ottantamila lire, poi portate a cento e infine a duecento) che
gli permetteva di risolvere senza problemi la sua vita universitaria.
Questo è il motivo per cui molte canzoni da lui scritte non
portano il suo nome, ma quello dei componenti del gruppo degli
Equipe 84 (le coppie Lunero-Vandelli e Pontiak-Verona). Ci fu anche
una causa, negli anni a venire, in cui la vertenza sull'attribuzione delle
canzoni in questione si chiuse con un accordo economico tra le
parti. Dal punto di vista legale, quindi, alcune tra le più famose
canzoni del Guccio portano ancora oggi quelle strane firme
(molti pensano si tratti di nomi d'arte dello stesso FG). Per
esempio Auschwitz porta la firma definitiva di Lunero (nome
d'arte di Iler Pataccini) e Maurizio Vandelli!
Poi, sotto insistenza di Dodo Veroli e per la soddisfazione di poter
dire "anch'io ho fatto un disco", venne Folk Beat n.1, ma erano
ancora tempi in cui il Guccio sognava una carriera da insegnante
o, magari, da ricercatore universitario. Non pensava di vendere, e
non fece nessun tipo di promozione all'uscita del disco.